MAURO DE MARTINO
"Mauro de Martino: Feritoie dell’aura" June 2004
I quadri anonimi – perché ‘senza nome’
– di Mauro
de Martino sviluppano un vortice irresistibile.
Più che oggetti scorgiamo apparizioni slegate dal loro
referente, archetipi in sospensione. Oscillando fra concretezza
e astrazione, arrestano il meccanismo della percezione riconoscitiva
sprigionando la dimensione della percezione grezza. Nei piani
di colore, sottilissime opacità, si apre un varco, il varco
della scaturigine. Un parto sanguineo, un distacco – violento
perché mai completo – dal cordone ombelicale.
Lontano dalle mode artistiche, l’arte di Mauro de Martino
ruota attorno ai dati primi dell’esistenza –
la presenza, la carne, la visione. I suoi quadri colpiscono altrettanto
per la loro forza che per la loro ingenuità. Al di là
d’ogni artefatta ingegnosità, c’insegnano propriamente
a riscoprire la dimensione dell’in-genuo, del nascere e
generarsi.
De Martino parla di un’arte che “ridiventa primitiva”
e che “rappresenta ciò che non conosciamo”.
Non si tratta però di ricadere in un esotismo
del “buon selvaggio” da cui potevano ancora essere
affascinati gli artisti del fin de siècle scoprendo l’arte
oceanica o africana. Il ‘primitivo’ di Mauro de Martino
è tutt’altro che un paradiso perduto, è piuttosto
la scena originaria della ferita.
Se la sua arte ci tocca, è perché mostra le stimmate
del proprio essere colpito e scolpito. La tecnica di de Martino
non consiste tanto nell’aggiungere universi cromatici e
ordini di figure quanto nel levare e nel ridurre.
Le asperità del legno di cui è fatto il quadro –
che lo strato “infrasottile” (M. Duchamp) di colore
lascia sempre trasparire in un tappeto sfavillante – sono
il corpo stesso della pittura. Solchi profondi segnano
le incancellabili tracce di incisioni violenti. Pertanto,
la volontà di andare oltre la materialità non apre
nessuna finestra sulla trascendenza.
I quadri restano mere testimonianze mute di quest’impossibilità.
Pur quando si fa uso di simboli cristologici, sono tutti simboli
– la croce o la corona
di spine – che riprendono l’aspetto dell’incarnazione,
del farsi carne e dunque sofferenza del divino. Troviamo poca
trascendenza nei quadri di Mauro de Martino, ed è la scelta
cromatica medesima ad impedircelo: sono assenti i colori della
serenità
come il verde o l’azzurro. È ctonico quest’universo
pittorico: neri, rossi e gialli ocra, grigi – colori terrei
per eccellenza; un universo popolato da volti ciechi
dai occhi cuciti ma non meno vedenti. È un’altra
visione che qua si fa strada, una visione meno di quantità
quanto d’intensità. Il fulcro di quest’ardere
è il rosso, per Mauro de Martino sempre epitome
della luce.
Se inesorabilmente ci sfracelliamo contro queste tavole opache
che mai concedono il trapasso (lasciando pure all’abbandono
nella sabbia sotto sciami di rapaci cadaveri senza sepoltura),
la loro luminosità è il farsi luce del visibile
medesimo. Alquanto inafferrabili, le apparizioni ci toccano –
più che presenti – in quanto apparizioni auratiche.
Le aureole quasi bizantine che circondano le figure prende tutto
il suo senso la famosa definizione benjaminiana di aura come un’”apparizione
irripetibile di una lontananza per quanto possa
essere vicina“.
A momenti, le superfici colorate – sempre
ortogonali – richiamano le feritoie delle roccaforti medievali.
Da queste feritoie, un arciere anonimo, senza volto, colpisce
a distanza. Sopravvive solo
nella memoria d’un fulmineo lampo – e nella presenza
ineluttabile della nostra ferita, quaggiù
nella terra sabbiosa.
Emanuele Alloa
Mostre
2004
Re:Connect - An exhibition featuring independent short film, visual
art, literary works, & music.
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